Privacy e diritti dei Parlamentari

di Avv. Lorenzo Tamos

Il caso concreto dal quale trae spunto il presente intervento è il recentissimo provvedimento del Garante

per la protezione dei dati personali del 10/10/2006 con il quale si affronta la nota vicenda relativa alla raccolta di dati "biologici", appartenenti a dei parlamentari italiani, da parte di alcuni inviati della trasmissione televisiva "Le Iene".

In particolare, detti inviati, con la scusa di un'intervista, avrebbero tamponato la fronte di una cinquantina di onorevoli al fine di espletare un test preliminare (c.d. "drug-wipe") capace di indicare la presenza di sostanze nel sudore umano da cui si potrebbe poi dedurre l'assunzione personale di sostanze stupefacenti e/o anfetaminiche nelle 24/36 ore precedenti.

Alla luce di ciò il Garante è intervenuto prontamente: identificando i predetti dati come sanitari e, dunque, "sensibili", perciò meritevoli di maggiore tutela rispetto ai dati ordinari; valutando che nella raccolta sarebbe stato utilizzato un "duplice artificio" di fatto consistente nel fingere la necessità di truccare gli intervistati; ritenendo che le predette operazioni siano riconducibili alla raccolta ed al trattamento di dati in violazione ai più elementari principi stabiliti dal Testo Unico sulla Privacy (Dlgs n. 196/2003) che riguardano "il dovere di trattare i dati per scopi espliciti e secondo correttezza nei confronti delle persone presso le quali gli stessi sono raccolti"; rilevando la sussistenza di una violazione di carattere deontologico con rispetto al corretto espletamento dell'attività giornalistica; infine, disponendo in modo rigoroso.

Il Garante in particolare, nel caso di specie, ha disposto a) il "[...] blocco dell'ulteriore trattamento, in qualunque forma, di ogni dato di natura personale raccolto e ulteriormente trattato nel caso in esame, consistente in informazioni, immagini e risultanze di test, con effetto immediato [...]"; b) "[...] l'invio di copia del provvedimento al competente consiglio regionale e al Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, per le valutazioni di eventuale competenza".

Il provvedimento in esame è decisamente puntuale ed interviene con rigore in una materia notoriamente piuttosto delicata. Eppure, analizzando la fattispecie e le motivazioni in merito addotte dall'Autorità, emergono degli spazi d'ombra – a nostro giudizio niente affatto trascurabili – che potrebbero condizionare l'assunzione dei prossimi provvedimenti in casi del tutto simili, peraltro già capitati ma, a memoria, non affrontati dal Garante con la stessa solerzia e rigore nell'applicazione della legge.

L'art. 1 del Dlgs 196/2003 dispone che "chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano", dunque, indubbiamente, anche i parlamentari e tutte quelle persone che godono (soffrono) di grande notorietà, ancorché questa li esponga maggiormente sotto il profilo personale.

È intuitivo aggiungere che la predetta disposizione, a parità di condizioni oggettive e soggettive, debba essere applicata nello stesso identico modo. Certo, non sempre è facile stabilire quando si realizzino le stesse condizioni ma il più delle volte, in base agli elementi di fatto valutabili e grazie al dato letterale della normativa, è possibile farlo. E va fatto.

Ora, nel caso in esame, sarebbero stati effettuati una cinquantina di test a tampone di cui una trentina non avrebbero dato alcun risultato. Se non è possibile dubitare che il sottrarre dalla fronte di una persona una goccia di sudore con l'inganno, per ricavarne un dato, sia potenzialmente illecito, e lo sia a maggior ragione laddove vi sia un riscontro positivo, altrettanto gravemente illecito (almeno sotto uno dei due profili indicati dal provvedimento del garante) non sarebbe il dato afferente al riscontro negativo del tampone. In altri termini il test positivo non è certamente paragonabile, rispetto alle fattispecie richiamate dal Garante, al test negativo. L'uno sarebbe un dato sensibile perché, si dice, "idoneo a rilevare lo stato di salute" (art. 3 comma 1, lettera d), Dlgs 196/2003), l'altro no.

Il Garante ha esattamente individuato il mezzo attraverso il quale "Le iene" hanno "rubato" il sudore ai parlamentari: il "test drug wipe". Lo stesso Garante ammette che detto test è (solo) "volto a rilevare l'uso recente di sostanze stupefacenti" e non, dunque, lo stato di salute come richiesto dalla legge. Non è pertanto possibile ritenere che l'avere fumato una sigaretta di "cannabis" sia un "dato idoneo a rilevare lo stato di salute" perché, altrimenti, almeno dall'angolo visuale di chi usa il buon senso (ma anche rispetto alle più elementari cognizioni mediche), si cadrebbe in una situazione paradossale per la quale, ad esempio, il custodire alcune riprese televisive di una persona che notoriamente fuma molto, e che non nasconde il portasigari o il porta-tabacco agli "occhi delle telecamere", equivarrebbe a trattare (illecitamente) dati afferenti a quell'individuo e a quello stato di salute verosimilmente condizionato da "tabagismo" che, oggi, è considerato a tutti gli effetti una vera e propria malattia.

Certo è che, dal punto di vista del Garante, rimane l'acquisizione illecita della goccia di sudore che, in sé e per sé, come visto, non ne permetterebbe il trattamento (art. 11 Dlgs 196/2003 docet), neppure se riferito esclusivamente ai test risultati negativi (dunque ai non dati), questione deontologica momentaneamente a parte.

Eppure anche in questo caso c'è qualcosa che non convince e che stride con il diverso approccio tenuto dal Garante nel recente passato per altri casi, seppure, perfettamente riconducibili alla fattispecie oggi sotto esame, nonché alle norme ivi richiamate per assumere il relativo rigoroso provvedimento. Non è infatti raro assistere ad interviste televisive nelle quali si riprendono personaggi noti, e meno noti, al fine di assumere, ad esempio, informazioni relative all'esercizio delle loro funzione di governo; ovvero ottenere commenti a caldo sull'ultima loro rappresentazione teatrale o televisiva, per poi scoprire che dette immagini, ottenute sulla scorta di certe finalità dichiarate, vengano diffuse ed utilizzate per scopi diversi, il più delle volte estratte, raffrontate, ingrandite ("zoomate") insomma elaborate, anche da soggetti diversi, per evidenziare calvizie, protesi odontoiatriche, protesi mammarie che, indubbiamente, sono in grado di rilevare lo stato di salute di una persona.

È comunque vero che una protesi odontoiatrica è maggiormente idonea (sotto l'aspetto dell'importanza patologica relativa) a rilevare lo stato di salute di quanto lo sia, per esempio, la forfora messa in evidenza sulla giacca blu del parlamentare al quale si chieda un'intervista su un progetto di legge allo scopo celato di riprendere e di identificare lo stato di salute del suo cuoio capelluto, ma ciò non toglie che, anche la selezione dell'immagine della forfora (un problema sanitario del cuoio capelluto e, dunque, un dato sensibile idoneo a rilevare lo stato di salute) sia, almeno, nelle predette condizioni, una situazione identica all'utilizzo delle goccia di sudore carpita per evidenziare la probabilità che il soggetto abbia fumato una sigaretta di cannabis od assunto una pastiglia di anfetamine. Anzi, a rigore, stando al dato letterale della norma, solo la forfora integrerebbe la fattispecie di legge ed assurgerebbe, senza dubbio alcuno, a dignità di dato sensibile personale (peraltro ottenuto in modo illecito), la "goccia di sudore" no!

A volere guardare bene, anche l'elemento dell'acquisizione illecita (perché, si dice, frutto di "artificio") potrebbe potenzialmente mancare. Proviamo ad immaginare il caso ipotetico in cui si decida di raccogliere 50 gocce di sudore di parlamentari o, meglio, un numero imprecisato di capelli persi dagli stessi in uno dei ristoranti vicini a Montecitorio. In questo caso, laddove si evidenziasse un problema di forfora, l'acquisizione illecita mancherebbe, rimarrebbe solo l'elemento del trattamento illecito comunque vietato. Ma se i capelli persi venissero raccolti tutti insieme e venissero analizzati senza la possibilità di ricondurne la provenienza ad uno, piuttosto che ad un altro dei parlamentari seduti al tavolo del ristorante, il problema residuerebbe solo con rispetto alla certezza che i dati rimangano anonimi, ovvero non riconducibili ad un soggetto specifico. Il problema di diritto da affrontare nello specifico sarebbe esclusivamente questo e non il fatto che vi sia il rischio di rilevare che una percentuale di quei capelli raccolti possa riportare o meno tracce di forfora.

Sotto questo profilo, tornando al caso dei tamponi, il Garante non approfondisce a sufficienza la questione dell'anonimato, non essendoci elementi di valutazione nel provvedimento che permettano di escluderne in radice l'esistenza, ma nemmeno il contrario. Nel caso ben si potrebbe ritenere infatti che, con ogni probabilità (apparentemente non indagata), i 50 test siano stati portati all'analista senza il nome ed il cognome del parlamentare scritto sopra il dispositivo di raccolta e, dunque, che non vi sia stata la possibilità di una identificazione personale del titolare del dato, bensì, esclusivamente, la possibilità di affermare che su un campione di 50 parlamentari circa 30 test sono risultati negativi, gli altri 20 no. Da questo angolo visuale ben poco spazio residuerebbe dunque all'applicazione tanto rigorosa della legge sulla privacy. Certo rimarrebbe fuori la questione deontologico-giornalistica ma non ci risulta che il Garante abbia assunto altri provvedimenti di tale portata in forza di valutazioni deontologiche preliminari il cui merito (che è poi quello che conta) sia stato rimesso, dalla stessa Autorità, agli Ordini di competenza.

Una certezza in questa vicenda però c'è.

Con il predetto atto, tanto puntuale quanto rigoroso, l'Autorità Garante ha infatti, in ogni caso, aperto un'ampia (sebbene incerta) strada a tutti coloro che volessero ottenere lo stesso tipo di tutela offerta d'ufficio ai nostri parlamentari a cui è stata "rubata" una goccia di sudore, atteso che, a mente del citato art. 1 del Dlgs 196/2003: "chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano".