Open Source

Proposta di legge sull'opensource: un valido spunto di discussione

Introduzione
Finalmente, grazie anche all'opera di questa rivista, si apre un dibattito pubblico, aperto e con serie
argomentazioni di merito sul mercato del software nella e per la Pubblica Amministrazione. Sono
molto favorevolmente impressionato dalla profondità e correttezza, condite da misura e giudizio,
della risposta del Signor Edgar Villanueva Nuñez alle obiezioni della Microsoft, e vedo confermate
le doti argomentative ed il cristallino vigore della posizione di Antonio Bernardi, valido alfiere
dell'opensource nella scuola. Mi esento dal ripetere cose dagli stessi già dette, alle quali aderisco in
modo pressoché totale.
Pur condividendo in larga misura alcune obiezioni sollevate da Cammarata nel suo intervento a
commento della proposta di legge, ritengo che alcuni spunti della stessa sono preziosi, e che non
tutto è da buttare. Personalmente sarei molto perplesso solamente nel commentare l'articolo 5, primo
comma, che ha una formulazione decisamente massimalista, mentre il resto mi trova - ove più, ove
meno - d'accordo.

Il trattamento dei dati personali
La proposta di legge vorrebbe costringere tutti i responsabili del trattamento di dati personali ad
utilizzare unicamente programmi a codice aperto, come misura di sicurezza. A parte che le misure
minime di sicurezza sono per legge (art. 15 L. 675/1996) demandate ad una normativa di dettaglio
(oggi il Dpr 318/1999) e dunque sarebbe un errore sistematico quello di inserire in una normativa
essenzialmente sull'opensource in ambito pubblico una norma destinata a regolare un particolare
aspetto di una disciplina per la quale esiste una legge generale, il discorso è di contenuto.
Semplicemente una norma siffatta sarebbe irrealizzabile (e probabilmente anticostituzionale, anche
se su ciò andrei molto cauto). Faccio un esempio sulla mia pelle. Io tratto dati personali, a volte
anche sensibili. Essendo Avvocato, ho in licenza un programma di gestione di pratiche legali tra i
tanti che sono in commercio, e che ovviamente tutto è tranne che software libero. Anche se sarei
molto lieto di passare ad una soluzione libera, oggi come oggi sarei nella situazione di pa ssare alla
penna d'oca, perché non avrei modo di trattare elettronicamente i dati conformemente alla legge. E'
anche vero però che se i produttori di software fossero "costretti" a rilasciare in opensource il proprio
prodotto per aderire alle disposizioni della normativa, il problema si risolverebbe piuttosto
semplicemente. Ed è vero, infine, che l'adozione di software opensource è di per sé una misura di
sicurezza.

Una modesta proposta
Io affronterei la questione sotto un profilo più sfumato ed "anglosassone", meno dogmatico e più
pragmatico. Procedendo per obiettivi, vincolerei il Ministero dell'Innovazione a perseguire attraverso
azioni e obiettivi misurabili la finalità di adottare in misura sempre maggiore software opensource
nella P.A., con priorità nelle applicazioni "mission critical" o che debbano garantire in modo
assoluto l'accessibilità da parte del maggior numero di utenti (ad esempio, la piattaforma per
l'eprocurement, o quella per le gare on line negli appalti pubblici), nonché per tutti i programmi
utilizzati per l'accesso ad Internet (vedi il mio ed altri interventi sui virus informatici in questa stessa
rivista). In modo secondario, ma non certamente da trascurare, la diffusione del software opensource
nel mondo della produttività d'ufficio, partendo dai programmi gestionali fino alle applicazioni di
word processing e simili. Tutto ciò non solo emanando norme, ma anche e soprattutto diffondendo
informazione e conoscenza (cosa che, devo dire, il Ministero sta facendo in modo egregio, ma
timido, con le linee guida).
In ciò si procederebbe secondo un "voluntary scheme" (termine intraducibile se non con una
perifrasi, più o meno “sistema normativo ad adesione spontanea”), ovvero una direttiva non
vincolante nell'immediato, ma dotata di una sua "moral suasion" (persuasione morale), grazie anche
al fatto che in difetto di adeguamento, in un termine anche breve, di tutto o di gran parte del sistema
in modo volontario, si interverrebbe con norme dirigistiche e vincolanti.
Il problema dell'interoperabilità degli standard e dei linguaggi
Dopo aver segnalato una grave pecca nella proposta di legge, mi permetto di segnalare una
straordinaria disposizione ivi contenuta, che da sola meriterebbe tutto il plauso di questo mondo
(trattata anche da Livraghi in “Libertà, trasparenza e compatibilità: non è solo un problema di
software”): l'obbligo, anche per chi utilizza applicazioni proprietarie, di comunicare con altri
(internamente ed esternamente) solo attraverso formati standard e aperti, che tutti possano utilizzare
appieno senza le limitazioni di linguaggi proprietari. Già oggi il non utilizzare formati standard per la
diffusione di dati e documenti (e, limitatamente alla pubblica amministrazione, per la conservazione
dei dati) è una cosa al limite dell'incivile, sicuramente contraria alla netiquette, e che viene scusata
solo fino ad un certo punto dall'incultura informatica o dalla pigrizia dell'utente (vedi il mio
precedente messaggio "La pigrizia mentale è un costo insostenibile", nel forum sulla soggezione
informatica). Soprattutto se si riflette sul fatto che l'utilizzo di linguaggi e standard aperti è
già oggi pienamente possibile con veramente un minimo di informazione.
Qui nemmeno la Microsoft potrebbe con razionalità sostenere che ciò sia un attacco ai suoi diritti di
operatore economico in regime di concorrenza (?!?), in quanto ciò prescinde dal software utilizzato
(sul perché, però, Microsoft promuova l'uso di estensioni proprietarie all'HTML, si apre un discorso
che meriterebbe un libro). La stessa Microsoft (cosa che le fa onore, anche se a pensar male si farà
peccato, ma con Redmond si indovina quasi sempre...) è sponsor dell'utilizzo dell'XML (vedi il sito
del W3C, o la sezione dedicata nel sito di Microsoft), oltre ad aver reso i propri prodotti
limitatamente compatibili con tale formato, ritenuto non a caso uno degli standard del futuro per la
sua astrattezza e versatilità, anche perché costruito in modo tale da consentire una facile separazione
del contenuto dalle varie forme di presentazione. E forse pochi sanno che, ad esempio, StarOffice (o
il suo clone opensource OpenOffice.org) utilizza proprio l'XML come formato per tutte le sue
componenti, dall'elaboratore testi al foglio elettronico, al programma di presentazioni. Quei pochi
forse non sanno che un documento anche complesso di MS Word, importato senza incertezze in
OpenOffice e salvato nel formato nativo (ovvero l'XML compresso), occupa una frazione dello
spazio rispetto al documento originale, cosa che, vista la maggiore astrazione del formato lascia
addirittura sconcertati (almeno me, che non sono un esperto).

Conclusioni
Come è stato più volte ribadito (ma “repetita iuvant”), non si tratta di privilegiare una tecnologia
piuttosto che un'altra, né di privilegiare un produttore piuttosto che un altro, e nemmeno un modello
di produzione di software piuttosto che un altro. Che sia un community software piuttosto che venga
sviluppato in modo centralizzato, che sia gratis o a pagamento, poco importa. Quello che importa è
che sia scritto bene, indenne per quanto possibile da vizi, accessibile, interoperabile,
documentatamente e documentabilmente sicuro, che non costringa a matrimoni nei secoli con il
produttore; in buona sostanza: buon software. Per coincidenza, le caratteristiche elencate coincidono
quasi sempre con il software opensource, mai con quello “a codice chiuso” (nel quale manca almeno
l'aspetto “documentatamente e documentabilmente”). Parafrasando le altrui parole, nessuno
comprerebbe una macchina con il cofano saldato o che viaggia solo sulle autostrade del produttore.
O ancora, nessuno scandalo vi sarebbe se la PA decidesse di acquistare solo veicoli compatibili con
la Direttiva “Euro IV”: i produttori si affretterebbero a produrre ed offrire veicoli compatibili, non si
lamenterebbero certo perché il Governo discrimina i produttori che hanno scelto di usare tecnologie
inquinanti. La stessa cosa dovrebbe valere anche per i programmi per computer.
Se è vero che il formato di MS Word è un segreto industriale dei più gelosamente custoditi, e che
Microsoft si rifiuta assolutamente di rilasciarne le specifiche, buon per loro, se lo potrebbero anche
tenere, se solo però io cittadino qualunque non fossi costretto a ricorrere a programmi Windows per
leggere un documento MS Word. E questo magari solo perché un funzionario che deve pubblicare un
documento non sa che oltre al comando “salva” esiste anche “salva come...”: HTML, RTF (quello
originale, però), Testo semplice, XML o PDF sono ugualmente utilizzabili e a volte addirittura più
confacenti.
Sarebbe ancora meglio se io non debba avere per giunta un browser "approvato" da un bizzarro Web
Master che ha deciso che proprio non poteva fare a meno di quella particolare estensione solo perché
gli serviva per creare nientemeno che... un menu dinamico (in Java, che mi risulta essere uno
standard aperto).
Questo, a mio parere, è garantire il diritto di accesso, questa è democrazia.

Carlo Piana Avvocato, Studio Legale
http://www.avvocatinteam.com