Tuesday, 27 December 2016 09:06

La locazione finanziaria: i rimedi giuridici per l’utilizzatore in caso di bene viziato, in assenza di clausole negoziali di collegamento tra il contratto di vendita ed il contratto di leasing (cfr. Sezioni Unite della Corte di Cassazione, sentenza n. 19785/2015)

La locazione finanziaria è uno schema negoziale a molteplici varianti (ad esempio, cfr. leasing traslativo, lease back, leasing di godimento) che coinvolge tre soggetti. 

Di prassi l’utilizzatore individua un bene di suo interesse rapportandosi direttamente con il fornitore-proprietario; poi un intermediario autorizzato alla concessione del credito si limita a finanziare l’operazione, acquistando direttamente il bene dal fornitore, al fine di concederlo in locazione al primo soggetto, dietro pagamento di un canone periodico.

Dall’operazione contrattuale in esame sono, quindi, rinvenibili due contratti: da una parte, quello di vendita tra il concedente ed il fornitore/venditore; dall’altra, il contratto di leasing stipulato tra l’utilizzatore/conduttore e il concedente/società di leasing.

Per quanto rileva ai fini del presente contributo (sintetico e schematico), una delle principali questioni dibattute riguarda il caso in cui il bene oggetto della locazione presenta dei vizi che lo rendono inidoneo all’uso, con la conseguente necessità di individuare, in concreto, i rimedi (di seguito sintetizzati nei punti A, B e C) eventualmente posti a presidio della posizione soggettiva dell’utilizzatore.

La problematica giuridica, in particolare, emerge quando non vi è una clausola negoziale che trasferisca in capo all’utilizzatore la posizione sostanziale del concedente. In altri termini, in mancanza di una pattuizione di tale portata, ci si è chiesto se il conduttore/utilizzatore è da considerarsi terzo rispetto al contratto di vendita, ovvero se l’indiscutibile collegamento negoziale tra i due contratti implica una considerazione giuridica “unitaria” dell’intera operazione contrattuale.

Sul punto, si prospettano, sinteticamente, le seguenti soluzioni in ordine alle azioni esperibili, alla luce di quanto recentemente statuito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza <<trattato>> n. 19785/2015.

A. La risoluzione del contratto di vendita e l’azione di riduzione del prezzo pattuito

Plurime argomentazioni giuridiche depongono nel senso di qualificare l’utilizzatore come soggetto terzo rispetto al contratto di vendita.

Ciò in forza del principio di relatività di cui all’art. 1372 c.c, nonché, dei requisiti del  collegamento negoziale in senso tecnico (quest’ultimo da distinguere dal mero collegamento negoziale, cfr. Cass., sent. n. 11974/2010) e di un’interpretazione restrittiva dell’art. 1705, co. 2, c.c. in tema di mandato senza rappresentanza (cfr. Sez. Unite, Corte di Cassazione, sent. n. 24772/2008).

Di conseguenza, è da escludere che l’utilizzatore abbia la legittimazione sostanziale ad esercitare l’azione di risoluzione di un contratto (di vendita) stipulato da altri. E per le stesse ragioni di cui sopra, è, altresì, preclusa la possibilità di agire in giudizio per la riduzione del prezzo del contratto concluso tra il fornitore ed il concedente.

B. L’azione di risarcimento del danno

Nei confronti del fornitore, l’utilizzatore ha, in ogni caso, il rimedio del risarcimento del danno, a ristoro, quantomeno, dei canoni periodici già dallo stesso eventualmente corrisposti (inutilmente) al concedente in esecuzione del contratto di locazione finanziaria.

Va da sé, peraltro, che l’onere di provare l’entità del danno spetta sempre al danneggiato, a prescindere dalla qualificazione della responsabilità civile in oggetto (“contrattuale” o “aquiliana” per lesione del diritto di credito?).

C. Il canone generale della buona fede e l’azione di esatto adempimento (ai limiti dell’eccesso di giurisdizione in ordine allo “spazio” riservato al Legislatore)

La buona fede ed i principi di solidarietà, di protezione e di correttezza consentono di enucleare i seguenti rimedi, anche avendo riguardo al rapporto contrattuale in essere tra il concedente ed il conduttore.

Sulla scorta di quanto statuito dalla sopra citate Sezioni Unite della Corte di Cassazione, occorre distinguere l’ipotesi in cui i vizi del bene siano emersi prima della consegna (rifiutata legittimamente dall’utilizzatore) da quella in cui siano emersi successivamente in quanto nascosti o taciuti dal venditore.

Ebbene, nel primo caso, il concedente, una volta informato della rifiutata consegna da parte dell’utilizzatore, ha il dovere di sospendere il pagamento del prezzo in favore del fornitore e, ricorrendone i presupposti, di agire verso quest’ultimo per la risoluzione del contratto di vendita o per la riduzione del prezzo.

In altre parole, è posto a carico della società finanziaria un obbligo di protezione a tutela della sfera giuridica dell’utilizzatore, in forza del principio di buona fede e del dovere costituzionale di solidarietà, di cui al complesso normativo risultante dal combinato disposto degli artt. 1175 e 1375 c.c. e art. 2 Cost.

Nel secondo caso, invece, l’utilizzatore avrebbe l’azione diretta per l’eliminazione dei vizi o la sostituzione della cosa (cfr. Sez. Unite, Corte di Cassazione, sent. 19785/2015), mentre il concedente, una volta informato, ha i medesimi doveri di cui al precedente esempio.

Il condizionale, in quest’ultimo caso (“azione per l’eliminazione dei vizi”), non è stato posto a caso. Ed invero, quest’ultima statuizione del giudice di legittimità, di per sé considerata, potrebbe “scontrarsi” con il dato normativo di cui all’art. 1492 c.c. (“effetti della garanzia”), posto che, in tema di vendita, l’azione di esatto adempimento non è tra i rimedi riconosciuti dalla legge in favore dell’acquirente.

È pur vero che l’oramai imprescindibile canone della buona fede è idoneo ad ampliare le prestazioni a carico del debitore.

Tuttavia, è altrettanto indubbia la necessità/opportunità di circoscrivere, per quanto possibile, l’operatività della clausola generale di buona fede quando vi sono specifiche previsioni normative che disciplinano un determinato schema contrattuale. E ciò onde anche evitare che la cosiddetta <<giurisprudenza normativa>> travalichi in un (illegittimo, pur labile e di difficile individuazione) eccesso di giurisdizione, determinando delle disparità di trattamento nell’ordinamento.

(contributo informativo a cura del Dr. Davide Cicu).