COME INSTAURARE E GESTIRE UN BUON RAPPORTO TRA CLIENTE ED AVVOCATO

Rate this item
(6 votes)
Thursday, 14 February 2013 17:48 Written by 

In proposito intendiamo offrire ai lettori alcuni avvisi utili che ben difficilmente si potranno trovare altrove. 

Siamo convinti infatti che alla base di ogni rapporto, anche tra avvocato e cliente, debba esserci un minimo di consapevolezza oltre alla fondamentale fiducia che, di base, deve permeare il rapporto professionale: senza consapevolezza anche la fiducia può venire meno anche senza apparente motivazione.  

Cercheremo pertanto di fornire nel seguito alcune informazioni utili ai lettori (e, dunque, alla potenziale parte assistita) anche sulla base della nostra esperienza personale (e del risultato positivo che detto approccio trasparente e consapevole ha portato con sè negli anni).

Partiamo dall'inizio.

L’avvocato, per i più, viene spesso visto come un male necessario, qualcosa con cui il più tardi si ha a che fare, meglio è.

Ciò non potrebbe essere più sbagliato, soprattutto laddove all'avvocato si inizi a pensare solo nel momento critico, non più evitabile.

Non solo dall'avvocato è meglio andarci "per prevenire che per curare", perché più si aspetta "a curarsi", meno il rimedio potrà risultare efficace. E, oltretutto, come dal medico, anche dall'avvocato occorre andare con un minimo di preparazione, spirito di collaborazione ed un pizzico di ottimismo.

E non è detto che l'avvocato vicino di casa o amico di famiglia, o particolarmente "blasonato" dalle cronache del momento (o dagli incarichi istituzionali o politici rivestiti e dal lustro mediatico derivante), sia sempre il professionista ideale a cui affidare la cura del proprio caso e ciò per una serie di ragioni che vedremo.

 
COME SCEGLIERE UN AVVOCATO

La risposta non può che essere articolata.

Innanzitutto gli avvocati sono ad oggi (giustamente) piuttosto "limitati" nella possibilità di farsi pubblicità (nel senso comune del termine), in pratica debbono limitarsi a fornire elementi informativi rispetto alla propria attività (Art. 17 del Codice Deontologico Forense), e non possono neppure vantare "specializzazioni" se ciò non deriva loro dall'essersi effettivamente specializzati (cosa ad oggi infrequente e, oseremmo dire, in concreto spesso piuttosto inutile) presso le poche scuole di specializzazione (in attesa dei nuovi regolamenti professionali in materia), o avere una libera docenza nel campo (vi è da dire che la materie è, tuttavia, dopo decenni di immobilità, in "rapida" evoluzione).

Possono però sostenere di interessarsi principalmente (oltre a garantire la propria formazione permanente obbligatoria introdotta dall'ultima riforma della materia) in particolari aree del diritto, il che (in concreto) equivale a specializzazione. E si suppone che tale indicazione corrisponda a verità, anche se purtroppo non mancano esempi negativi.

 
Alcuni criteri per cercare un avvocato "di fiducia"

Non è necessario per forza scegliere un legale di fiducia in base al foro competente. Ogni avvocato può rappresentare il proprio cliente su tutto il territorio italiano, e normalmente avrà una rete di corrispondenti che gli consentiranno una difesa utile in tutti i tribunali.

Non esiste (ad oggi) un vero e proprio obbligo di specializzazione, per cui ogni avvocato può (nei limiti del dovere di preparazione e capacità di assumere un caso) indistintamente curare gli interessi giudiziali e stragiudiziali in campo civile, penale, amministrativo, tributario ecc., ad eccezione delle magistrature superiori (es.: Cassazione, Consiglio di Stato) o di particolari istanze per cui occorre avere un'abilitazione speciale.

Non essendovi una distinzione ufficiale tra pratica del diritto civile e di quello penale, non esiste nemmeno una distinzione più approfondita, né una tassonomia nemmeno semiufficiale, né quindi albi che vi si riportino.

Comunque, un certo grado di esperienza ed interesse nel campo specifico è necessario. Le fonti più affidabili in materia sono, a nostro parere: quelle istituzionali (sindacati, associazioni di categoria); amici o conoscenti con positiva esperienza nel campo; altri avvocati; approcci graduali al nuovo professionista prescelto con conseguente verifica del metodo di lavoro etc.

Per quanto riguarda la prima fonte, un avvocato che si occupa di "diritto sanitario", per forza di cose tenderà ad avere rapporti "istituzionalizzati" con tali organismi, assumendo così un rapporto di fiducia "traslato" con i possibili clienti (se A ha fiducia in B e B ha fiducia in C, A potrà avere un certo grado di fiducia in C).

Stesso schema nel secondo, anche se un'esperienza positiva può essere tanto sporadica che casuale ("aneddotica").

Il terzo caso riguarda tanto un avvocato che (conformemente a deontologia) non accetta un incarico per cui non ha necessaria preparazione o esperienza, che eventualmente il suo ordine professionale, cui è sempre possibile rivolgersi. In tali casi, tuttavia, è sempre difficile fornire un "razionale" di scelta simile ai precedenti.

In tutte le iptesi, una volta avuto un appuntamento, è sempre meglio premurarsi di verificare di persona se si abbia una sensazione di fiducia, anche epidermica, e chiedere informazioni circa precedenti esperienze nel campo (che, tuttavia, non sempre sono sinonimo di certezza vista la mutabilità della normativa e della giurisprudenza in Italia ed in Europa di cui, soprattutto, agli ultimi dieci anni).

Occorre tenere presente che è possibile riservarsi di conferire l'incarico, La condizione di rispettare quanto sarà detto più avanti. Accenniamo al fatto che se si è sottoscritta una polizza di assicurazione civile, e pertanto si chiama in causa l'assicurazione, questa intenderà interporre il proprio legale di fiducia.

Per varie ragioni è preferibile avere un proprio legale distinto da questi sin dalla fase pregiudiziale. La maggior parte delle assicurazioni "difesa legale", quelle che pagano per la difesa in proprio dell'assicurato, poi, consentono a questi la scelta del legale di fiducia, salvo poi sindacare sulla congruenza della parcella e limitare il risarcimento al massimale stipulato.

 
Le comunicazioni avvocato/cliente

Il dovere di comunicazione regolare al cliente è uno dei più importanti obblighi deontologici dell'avvocato, il quale deve fornire notizie sullo svolgimento dell'incarico. Ma la comunicazione inizia prima dell'assunzione del mandato, e qui la chiarezza non è mai troppa.

Per prima cosa occorre tener presente che per il conferimento di un incarico dal quale scaturiscano onorari non è necessario firmare alcunché: la procura, eventualmente, serve solo a formalizzare al fine della costituzione in giudizio un incarico (il mandato professionale) conferito oralmente, che potrà essere più ampio, ristretto o semplicemente diverso dal primo. Anzi, quasi mai si sottoscrive un vero e proprio incarico.

Dunque, siccome non si sente "il ticchettio del cronometro", occorre essere chiari sul momento in cui l'incarico sarà effettivamente conferito, precisando che non si è ancora a quel punto ma che la conversazione è solo

informativa e senza impegno. Ovviamente non si può così pretendere dal proprio interlocutore che lo stesso impieghi più di tante energie studiandosi il caso: il più delle volte lo scambio di informazioni si limiterà a un'illustrazione delle generalità del caso da parte del (futuro) cliente ed a una serie di idee impressionistiche sullo svolgimento della pratica. Tale scambio sarà ben lungi dall'essere inutile, potendo dare un'idea (anche dalle domande fatte) del grado di conoscenza pratica della materia da parte del professionista. In ogni caso, sarebbe almeno opportuno richiedere preventivamente se illegale prevede da propria prassi un onorario anche solo per la riunione preliminare o se invece sia possibile ottenere un colloquio esclusivamente informativo.

E' bene ricordare però che in detta sede, se non altro perché si è coinvolti emotivamente, si tende a richiedere al professionista un parere, il che, a stretto rigore, giustificherebbe già la richiesta di onorari. Onde evitare (quelle che vengono ingiustamente definite) “sorprese”, prima di conferire l'incarico sarà opportuno anche concordare alcuni estremi del modo di parcellazione (vedi sotto) e della richiesta di eventuali anticipi prima della conclusione della pratica.

Nello svolgimento della pratica, poi, vi dovrà essere un'informazione che potrà essere più o meno dettagliata (per cui l'avvocato tra l'altro percepisce una voce di onorario apposita), ma che quantomeno dia conto delle udienze tenute, degli atti depositati da tutte le parti (copia delle quali dovrebbe essere data al cliente se possibile - per la propria - anche prima che la stessa divenga ufficiale), dei provvedimenti istruttori e definitivi, compresa la nomina del Consulente Tecnico d'Ufficio (CTU) laddove avvenga.

Per quanto riguarda la possibilità di avere un maggiore coinvolgimento, è bene sapere che è possibile presenziare a tutte le udienze, anche quelle istruttorie (= non pubbliche) che nel processo civile sono la regola pressoché invariabile, dunque non solo quelle appositamente fissate per la comparizione personale delle parti. L'avvocato non può chiedere compensi in più solo per la presenza della parte, visto che ciò non crea attività professionale (essa non può interloquire direttamente con le altre parti, i testimoni o il giudice). Tale presenza avrà un peso importante soprattutto nelle udienze testimoniali, in cui si potrà far valere una forza "morale" di persuasione nel dire la verità verso il teste o la controparte.

A maggior ragione sarà possibile intervenire durante gli accessi del CTU, e ciò anche se si è nominato un consulente di parte.

 
Questioni economiche

All'avvocato spetta sempre un onorario proporzionato alla quantità, tipo e qualità del lavoro svolto, alla complessità della materia, al suo valore, all'urgenza del caso. In difetto di accordo esplicito sull'onorario (che si consiglia di attuare e, sempre, si auspica), si applicheranno i "nuovi" Parametri di cui al (famigerato) Decreto Ministeriale n. 140/2012 e succ. modif. e integr. (in soldoni le, in peggio “rimanipolate”, vecchie Tariffe Nazionali Forensi), una sorta di generico e limitato "menu a la carte" con indicazione (non più analitica) del tipo di prestazione e “costo” approssimativo (tra un minimo ed un massimo) della stessa.

E' inutile ri-dire che la cosa migliore è, dunque, sempre quella di concordare all'atto del conferimento dell'incarico il costo dell'opera necessaria e richiesta pur rimettendosi (con un minimo di umiltà) al giudizio del professionista circa le varie voci prestazionali ipotizzabili e la quantità di onorari alle stesse correlabili senza “incappare” nella pretesa di “giocare/rilanciare verso il basso” perché, di norma, il buon professionista, calibra sempre le proprie spettanze in base al prevedibile sforzo professionale che dovrà compiere a partire dall'esame e studio della singola posizione (ed il “tirare troppo la corda” è una prassi che, alla fine, si rileva deleteria per entrambe le parti del rapporto).

Vi sono infatti altre regole che contemperano ulteriormente la libertà di fissazione degli onorari con le esigenze di equità e decoro professionale: ad esempio l'avvocato non può chiedere compensi irrisori ovvero esorbitanti, non deve indulgere in attività manifestamente inutili e ha l'obbligo di indicare nella propria parcella le prestazioni effettivamente effettuate. La parcella indicherà per ciascuna voce: tipo di prestazione e data di compimento, onorari e spese (documentabili) di cui si chiede il rimborso, eventuali anticipazioni per conto del cliente (non imponibili). Sul totale si applica una maggiorazione del 4% quale contributo previdenziale. Seguono gli accessori fiscali. Eventuali acconti vanno ovviamente detratti.

E' possibile per il cliente rivolgersi all'ordine degli avvocati, anche informalmente, per sapere se una determinata parcella (più difficile per un determinato contratto) è conforme alle regole, e nel caso patologico si può anche ricorrere "in prevenzione" (ma non per il caso di contratto).

Nel caso di prestazioni giudiziali, è sempre arduo (anche se doveroso) fare un preventivo in quanto davvero è impossibile prevedere quali attività saranno richieste (dipendendo ciò anche dal tipo di attività posta in essere da controparte o dall'atteggiamento del giudice), per cui è più interessante stabilire convenzionalmente l'applicazione di una serie di possibili prestazioni.

Non è nemmeno (più) possibile fare il cosiddetto "patto quota lite" (istituto vietato, poi introdotto, poi eliminato e che, a breve, verrà forse ripristinato) tanto caro ai cittadini inglesi ed USA, ovvero stabilire che una parte di risarcimento vada all'avvocato, o vincolare comunque il pagamento di alcune voci al successo o meno della controversia.

Un elemento che influenza l'onorario è dato (anche) dall'urgenza con la quale si affida la pratica all'avvocato. Più una pratica richiede attività professionale da svolgersi in tempi ridotti e più la stessa risulterà “cara”. Ecco che torna buona l'avvertenza iniziale per la quale è sempre bene, anche sotto il profilo meramente economico, rivolgersi al professionista non appena possibile, senza attendere le complicazioni.

Se da un lato il fatto di doversi rivolgere ad un avvocato in chiave preventiva può sembrare seccante, dall'altro non va dimenticato che nel lungo periodo il vantaggio che se ne ricava, anche per aver evitato una sola imputazione di responsabilità penale o un giudizio civile, ripaga abbondantemente dell'opera di prevenzione compiuta.

 
Patologia del rapporto

Non sempre il rapporto va come si vorrebbe. Molte volte il rapporto fiduciario semplicemente si incrina, spesso su questioni più di forma che di sostanza. A volte semplicemente il cattivo esito di una controversia (o il mancato raggiungimento del risultato pieno anelato), magari anche solo in primo grado, può deteriorare le relazioni cliente/avvocato per questioni “umorali”, pur non essendovi ancora nulla di compromesso ed essendovi possibilità di appello.

In proposito, diremo subito che non è possibile garantire alcun risultato (e abbiamo visto, nemmeno legare più di tanto il compenso allo stesso). Solo un incauto (o un veggente, per chi ci crede) potrà lasciarsi andare a previsioni precise sull'esito finale.

Per quanto attiene alla possibilità di interrompere il rapporto professionale, assistiamo ad una asimmetria: il cliente può in ogni tempo revocare il mandato al professionista, tenendolo indenne solo dell'attività prestata e delle spese affrontate, senza penalità ulteriori (salvo che non sia stato pattuito diversamente); il professionista può rinunciare al mandato solo in presenza di giusta causa, previa informativa al cliente ed avendo l'accortezza che le modalità di recesso non compromettano i diritti del cliente, dunque dovranno essere compiuti comunque gli atti urgenti (a meno che proprio non sia impossibile) e dovrà essere dato modo alla parte di munirsi di nuovo difensore.

 
Che cosa può succedere

Ma vediamo in concreto cosa può succedere. La revoca del mandato va comunicata espressamente all'avvocato, meglio per raccomandata. E' consigliabile indicare sempre un avvocato sostituto cui passare direttamente i documenti ed il fascicolo di causa. E' un obbligo deontologico e civilistico fornire al cliente, e a maggior ragione all'avvocato subentrante tutti gli atti, i documenti in originale e il fascicolo, senza alcun ritardo.

Non è possibile trattenere "in pegno" l'incartamento, unicamente è possibile per l'avvocato revocato riservarsi di depositare il tutto presso il competente ordine professionale per la liquidazione della parcella, anche qui senza ritardo.

Stesso iter nel caso in cui sia l'avvocato a rinunciare al mandato. Solitamente l'avvocato revocato o rinunciante dovrebbe far presente la sua revoca o rinuncia alla prima udienza successiva, in modo da consentire la continuità di una assistenza effettiva alla parte, anche se la rappresentanza processuale continua sino a costituzione di un nuovo difensore, dunque il processo non rallenta né si arresta per questo.

 
La contestazione sulla parcella

Quello che di solito rimane come strascico è la parcella. In caso di contestazione, l'avvocato ha due strade per ottenere quanto ritenuto di spettanza: o richiedere la liquidazione dal proprio ordine, e munirsi così di una prova valida per ottenere un decreto ingiuntivo, ovvero notificare direttamente una citazione. Nel primo caso il cliente può opporre, come detto, ricorso in prevenzione, che altro non è che una raccomandata all'ordine di appartenenza con la quale si chiede di essere sentiti nel caso in cui l'avvocato richiedesse appunto il parere di conformità della propria parcella. L'ordine poi tenterebbe una conciliazione, valuterebbe le opposte ragioni e procederebbe comunque alla liquidazione degli onorari ritenuti corretti in caso di disaccordo. Tale valutazione tuttavia non vincola il giudice investito della questione a seguito di opposizione da parte del cliente.

L'avvocato ha un'altra strada per ottenere il rimborso, e cioè rendersi distrattario del rimborso spese giudiziali cui parte soccombente dovesse essere condannata: in tal caso l'avvocato avrebbe azione diretta e personale nei confronti di quest'ultima per le spese liquidate dal giudice a favore della parte vincitrice. La liquidazione delle spese legali effettuata dal giudice della controversia seguita dall'avvocato (indipendentemente dalla richiesta di distrazione), non è comunque mai vincolante per gli avvocati, i quali potrebbero sempre chiedere di più (ed è la regola, peraltro più che giustificata), ma anche di meno (succede raramente, ma succede).

Gli strascichi del rapporto potrebbero andare oltre i rapporti economici. Tralasciando il lato penalistico, che non vogliamo prendere neppure in considerazione, possono esservi questioni civilistiche (risarcimento del danno da negligenza) e deontologiche.

Detto subito che nessun avvocato può svolgere funzioni di "revisione" dell'operato di colleghi, se non a seguito di revoca del mandato e conferimento di incarico a perseguire il precedente avvocato, vediamo che la responsabilità del legale (come quella del medico) si distingue in responsabilità per colpa e per dolo, e la colpa si distingue tra colpa lieve e grave (vedasi in proposito la parte relativa nel capitolo sulla responsabilità del medico: le regole applicabili sono virtualmente le stesse).

Si tenga conto in proposito che l'obbligazione è "sempre di mezzi" per quanto attiene al risultato sperato (vittoria o limitazione dei danni in caso di sconfitta), ma è "di risultato" per quanto attiene al compimento materiale di alcuni atti strumentali, al di là del loro contenuto ideologico (es., la costituzione in giudizio dopo la notifica della citazione, il presentarsi alle udienze, il deposito della nota spese, il sottoscrivere la procura per autentica), che possono anche compromettere totalmente il risultato di difese tecnicamente peraltro impeccabili. Al riguardo occorre dire per onestà intellettuale che non sempre i giudici sono propensi a dare torto agli avvocati che, ad esempio, mancassero di compiere un'attività prevista dalla procedura, comportando decadenze e preclusioni definitive, come potrebbe essere il caso dell'avvocato che si dimentica di depositare una semplice istanza prevista dalle regole di rito. Anche in questo caso, ai fini risarcitori, si dovrebbe indagare su come la causa stessa avrebbe di fatto sortito effetti positivi per il cliente se questi non avesse avuto un avvocato "smemorato", in pratica si dovrebbe fare un "processo-bis", cosa evidentemente assai difficile.

Vi è poi la responsabilità deontologica. Va detto che non è possibile utilizzare tale strumento per costringere al risarcimento del danno o per ottenere sconti di parcella, ma va anche riportato che di fatto in sede di conciliazione alcune volte tali questioni si appianano. E' tra l'altro obbligo deontologico dell'avvocato subentrante quello di tentare la conciliazione davanti all'ordine competente in caso di incarico a perseguire un collega. In pratica l'addebito deontologico può essere portato a conoscenza del competente ordine (quello di appartenenza o quello in cui si è verificato l'atto o il fatto) tramite un esposto presentato personalmente dalla parte o per lettera raccomandata.
 
CONCLUSIONI

Certamente quanto qui espresso non esaurisce del tutto la tematica, ma può costituire una valida guida ai momenti più difficili per il cliente nel ricercare una difesa tecnica o per gestire il rapporto con un minimo di consapevolezza.

Un ultimo consiglio, sovente ignorato: all'avvocato, come al confessore si deve dire tutto e con un minimo di obiettività. Non c'è peggior situazione per la difesa che quello di scoprire particolari ignorati e negativi proprio nel corso del giudizio, senza la possibilità di impostare la causa in modo corretto, con conseguenti disastri sull'esito finale della causa. L’avvocato è comunque tenuto al segreto professionale e non ha l'obbligo di verità strategica nell'impostare la difesa (salvo il divieto di utilizzare prove scientemente false), per cui è meglio – per dirla con l'Azzeccagarbugli - riferire subito le cose come stanno, lasciando poi all'avvocato il compito di strategicamente impostarle.

Read 37542 times Last modified on Tuesday, 28 May 2013 14:02
Published in Avvisi utili

Add New Comment

Make sure you enter the (*) required information where indicated. HTML code is not allowed.


Anti-spam: complete the taskJoomla CAPTCHA