Sanzione pecuniaria alla parte che rallenta il processo

Il giudice può decidere d’ufficio e senza la prova del danno ai sensi dell’articolo 96 c.p.c. condannando al pagamento di una somma ulteriore rispetto alle spese di lite. 

Con una interessante pronunzia, la n. 64 del 2013 (una delle rare che si leggono al proposito), il Tribunale di Padova ha condannato una società al pagamento di una sanzione ulteriore rispetto alle spese di lite perché la stessa aveva posto in essere tecniche dilatorie allo scopo di rallentare il processo e far scadere alcuni termini.

Il Giudice ha utilizzato l'ultimo comma dell'art. 96 c.p.c. che prevede la condanna anche d'ufficio al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. A differenza dall'ipotesi di responsabilità aggravata prevista dal primo comma della norma, la condanna può intervenire d'ufficio e la quantificazione del pregiudizio secondo equità, senza che occorra la prova del danno.

La norma tenta di contemperare il diritto di difesa con l'esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, evitare abusi e contenere i costi di una risorsa che appare sempre scarsa ma che, forse, sarebbe più corretto ritenere solo “appesantita e lenta”: il processo.

L'art. 96 c.p.c. permette dunque di sanzionare condotte ostruzionistiche prescindendo dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e, quindi, al di fuori della struttura tipica dell'illecito civile.

Nonostante la parola della norma, id est <<in ogni caso>>, la condanna può essere emessa “solo” in presenza di mala fede, colpa grave o assenza di normale prudenza (colpa lieve) e solo nelle ipotesi di cui al II comma in parola, non per i casi di semplice soccombenza.

Ciò che rileva è che, dunque, non si rimane più nell'alveo di un angolo visuale meramente risarcitorio, ma ci si pone in un'ottica sanzionatoria per fronteggiare l'abuso del diritto di difesa.

Sovviene timidamente aggiungere che, tuttavia, qualora dal deposito delle memorie di replica alla pubblicazione della sentenza, intercorra più di un anno di tempo (ad esempio), ben difficilmente la condotta dilatoria posta in essere durante il processo da una delle due parti potrà essere considerata, da sola, la causa del rallentamento della giustizia perché alla parte vittoriosa, oltre ad un processo celere, occorre anche ottenere la sentenza in tempi ragionevoli.